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"La mafia uccide, il silenzio pure."

La rotta dei poeti

    • Un passo che non trema

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Il discorso di Luisa Impastato 9 Maggio 2019

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Oggi siamo davvero in tanti, qui a Cinisi, in occasione del 41° anniversario dell’assassinio di Peppino per mano mafiosa. Sono passati 41 anni ma ancora siamo qui a ricordarle Peppino, a ricordare le sue idee, le sue battaglie contro il sistema mafioso.

 

Tra di voi vedo soprattutto tanti ragazzi, tanti, che come me, Peppino non lo hanno nemmeno conosciuto, che non erano nati quando è stato ucciso.

Ragazzi, come Peppino, che è stato ucciso all’età di soli 30 anni.

 

Questo è la dimostrazione del fatto che Peppino e le sue idee hanno vinto, sulla mafia e su quanti hanno tentato anche calpestare la sua memoria, a partire dal depistaggio.

 

Ma se siamo ancora qui per Peppino ed a condividere la sua storia e le sue battaglie, lo dobbiamo soprattutto a chi si è speso in questi anni per mantenere viva la sua memoria, lo dobbiamo alla mia famiglia, ai suoi compagni, al Centro Impastato che ci è stato sempre a fianco, ma soprattutto lo dobbiamo a Felicia, mia nonna, e alla sua coraggiosa scelta di non chiudersi all’interno del suo dolore, a piangere Peppino, suo figlio, nel silenzio della sua casa, come avrebbe voluto la mafia e i responsabili del suo barbaro assassinio, ma di denunciare chi abitava a cento passi da casa sua, e soprattutto alla scelta di spalancare le porte di questa casa e continuare a gridare il nome di suo figlio, per far arrivare a tutti il coraggio e la forza delle sue idee. L’esempio di una donna che sfida la mafia e che ottiene giustizia. L’esempio di una madre che dedica tutta la vita alla causa del figlio. Come tante donne, che come lei, si sono battute per la verità, per la giustizia dei propri congiunti, come Augusta Agostino, a cui va il mio pensiero oggi, che a differenza di mia nonna non è riuscita vedere condannati i responsabili della morte del figlio Nino.

 

Se oggi siamo in tanti vuol dire quindi che anche questo nostro impegno, che continuiamo a portare avanti con Casa Memoria, l’eredità morale lasciataci da mia nonna, non è stato e non è vano.

 

Se siamo qui è perché riteniamo ancora importante, a distanza di 41 anni, il sacrificio di chi ha speso la propria vita per una società più giusta e per dimostrare ancora una volta che questa terra non deve essere la terra della mafia, dei morti ammazzati, della corruzione, delle connivenze, ma anche la terra del riscatto, di chi non vuole piegarsi, che vuole cambiare, che non accetta le logiche mafiose.

 

Se oggi continuiamo a parlare di Peppino, è perché la sua storia oggi è la nostra storia, perché è una storia che non finisce con la sua morte, ma diventa simbolo e strumento di riscatto, di resistenza, occasione per costruire una coscienza Antimafia che parta dalla memoria di Peppino e da quanti come lui sono stati uccisi per mano mafiosa.

 

È per questo che continuiamo a portare avanti il nostro lavoro che mira a rendere indelebili il coraggio di Peppino e le scelte di Felicia.

 

È soprattutto per i ragazzi, perché Peppino era un giovane che parlava ai giovani, per provare a trasmettere e a costruire una cultura dell’Antimafia soprattutto alle nuove generazioni e soprattutto in questo preciso momento storico in cui i giovani mancano dei punti di riferimento importanti; soprattutto in questo momento storico in cui la memoria viene costantemente martoriata, distorta, repressa.

Soprattutto in questa che è l’era della memoria corta.

 

Perché l’impegno Contro la mafia è soprattutto un impegno culturale che necessita di una rivoluzione culturale. L’Antimafia, come dice Umberto Santino, deve essere insieme coscienza critica e pratica di mutamento.

 

Se oggi siamo ancora in tanti a voler ricordare Peppino in questa occasione è soprattutto perché ci riconosciamo nelle sue battaglie, battaglie che sono ancora, dopo 41 anni, tremendamente attuali.

 

Ci riconosciamo nelle sue battaglie, ma anche nelle sue idee, che sono idee di uguaglianza, idee di giustizia sociale, di lotta contro la mafia, contro ogni forma di sopraffazione, contro le discriminazioni, in difesa dei diritti umani.

Sono idee fondate e imprescindibili dall’antifascismo, contro ogni tipo di ingiustizia che purtroppo si continua a perpetuare, sotto i nostri occhi, quotidianamente.

 

L’anno scorso, in occasione del 40° anniversario dell’uccisione mafiosa di mio zio Peppino, abbiamo sentito l’esigenza di trasmettere il passaggio di testimone alle nuove generazioni, a quelle generazioni che non hanno conosciuto Peppino, ma che ancora oggi ne condividono le scelte.

 

Se oggi io sono qui è perché sento il peso di questa responsabilità lasciatami in eredità da mia nonna Felicia, di continuare questo percorso, questa strada iniziate da lei che è quella di portare avanti la memoria di Peppino e con essa provare a scuotere le coscienze, soprattutto ai ragazzi che vengono a conoscere la storia di Peppino.

Mia nonna si rivolgeva soprattutto a loro, soprattutto ai ragazzi raccontava la storia di Peppino, soprattutto nei giovani riponeva la sua fiducia.

 

Io ho 31 anni, un anno in più di Peppino. Mi fa impressione pensare che Peppino quando è stato ucciso fosse più piccolo di me, mi fa impressione pensare che Peppino abbia dedicato tutta la sua breve vita a un ideale, che è morto per un ideale.

Quali sono oggi i nostri ideali? A cosa si rifanno oggi Giovani? Quali sono gli esempi per le nuove generazioni? Per cosa lottano, per cosa si impegnano i nostri ragazzi? Per cosa lotteranno i miei figli?

Queste sono le domande che mi pongo, che ci poniamo ogni volta che un ragazzo entra in questa casa e io credo che sia proprio questo il lavoro che bisognerebbe fare e da cui bisognerebbe partire.

Quello cioè di riscoprire degli ideali di riscoprire la voglia di lottare per qualcosa di grande, di più grande, di più importante.

 

E’ ai giovani come me che voglio rivolgermi: “Impegnatevi ragazzi, impegniamoci per contrastare la deriva sociale, morale, umanitaria verso cui ci stiamo muovendo; impegniamoci per la difesa dei diritti umani, per difendere i valori preziosi della libertà e della giustizia sociale, della democrazia, dell’antifascismo: tutti principi messi quotidianamente sempre più a rischio”.

 

Io, come mia nonna, confido nella capacità dei giovani di farsi carico del loro e del nostro futuro. E per fortuna sono tanti gli esempi come Giulio Regeni, Greta, Rami, Simone, come i ragazzi di Mediterranea, ma penso anche ad Antonio, figlio di un camorrista, che invita i familiari dei mafiosi a dissociarsi dalle strade dei propri padri.

 

Oggi più che mai abbiamo bisogno di unirci, di vincere l’isolamento, bisogna rompere la tradizione dell’attivismo individuale e ritornare a sentirci uniti, ritornare alla comunione di intenti, ritornare ad esercitare un potere collettivo, perché solo con la coesione si può resistere alla sopraffazione. Lottare insieme per difendere i nostri diritti, i diritti di tutti, lottare per delle idee. Questo oggi a distanza di 41 anni, potrebbe significare ricordare Peppino.

 

Queste sono state giornate straordinarie, prendendo spunto dalla storia e il pensiero politico di Peppino, abbiamo affrontato e analizzato tematiche diverse, sentito storie diverse ma spesso accomunate dalla stessa voglia di riscatto, dalla comune intenzione di resistere al sistema mafioso e a qualsiasi forma di ingiustizia sociale.

 

Abbiamo analizzato il periodo storico in cui stiamo vivendo, in cui stanno crescendo i nostri ragazzi, in cui cresceranno i nostri figli.

Io in 31 anni, non ho mai assistito a un contesto storico come questo in cui alla solidarietà si preferisce l’odio, all’accoglienza la chiusura dei porti, alla difesa dei diritti la loro violazione, all’antifascismo la nostalgia del fascismo.

 

Abbiamo sentito e sentiamo pienamente l’urgenza di invertire questa rotta, se vogliamo rispondere delle conseguenze di questo presente ai nostri figli.

Sentiamo pienamente la necessità di rimettere al centro i diritti, i diritti umani, i diritti dei lavoratori, il diritto all’informazione, il diritto a manifestare il proprio dissenso.

 

Dovremmo riappropriarci dei nostri valori, come la solidarietà, sempre più criminalizzata.

Dovremmo invece innalzare la solidarietà a valore assoluto.

Rispondere all’odio con la solidarietà.

 

Solidarietà nei confronti di chi sta peggio di noi, di chi rivendica il proprio diritto a muoversi nel mondo, il diritto a migliorare la propria condizione. Il diritto alla vita.

Solidarietà nei confronti di chi si impegna, di chi aiuta, di chi sta addirittura pagando sulla propria pelle, come Mimmo Lucano, l’essere solidale e accogliente, il non voltarsi dall’altra parte, il tendere una mano.

 

Bisogna praticare la solidarietà nei confronti di chi lotta ogni giorno per provare a cambiare le cose, a chi non accetta di stare a guardare.

A chi ha rinunciato anche alla propria libertà per garantire ad ognuno di noi anche un’informazione più libera e trasparente. Perché è anche dal grado di indipendenza e liberta dei nostri giornalisti che si misura il grado di democrazia di un paese.

Penso ai tanti giornalisti che ancora oggi vivono sotto scorta, giornalisti, che come Peppino, parlano di mafia, di camorra, di ‘ndrangheta, ma soprattutto che svelano le loro connivenze, gli intrecci che ancora oggi, quotidianamente si sviluppano tra mafia, politica, istituzioni e imprenditoria.

 

Questo ci dimostra che se ancora c’è chi rischia la vita per parlare di mafia è perché la mafia è e dovrebbe essere ancora considerato un problema prioritario e non marginale , come invece lo si sta affrontando oggi la parola mafia non compare neanche nell’agenda politica di questo governo.

 

Oggi ci dicono che il problema dell’Italia è solo l’immigrazione, non la mafia, non la crisi economica, non lo sfruttamento dei lavoratori e quelle che si definiscono le nuove schiavitù.

Per molti oggi è più pericoloso e oggetto di indignazione un migrante che muore di fame, un migrante che scappa dalla morte, che un rappresentante delle istituzioni che fa affari con la mafia.

Eppure ancora oggi i bambini rischiano di morire, e muoiono, sotto il fuoco della camorra.

 

Questo dimostra ancora una volta che i veri problemi in Italia sono altri. È la mafia, ma è anche l’impoverimento culturale, il qualunquismo, la povertà di valori che sfociano sempre più spesso nel razzismo, nell’omofobia, nella discriminazione di genere, nella violenza, quella violenza perpetuata ogni giorno soprattutto nei confronti delle donne.

 

Perché sembra di tornare indietro nel tempo. È inaccettabile che oggi, nel 2019, si mettano in discussione tanti diritti acquisiti dalle donne in anni di lotte per la propria autodeterminazione e per la parità di genere.

 

Mi appresto a concludere, ringraziandovi di essere ancora qui così numerosi oggi, per me è davvero un grande motivo d’orgoglio, come lo è sempre stato constatare che ancora oggi le idee di Peppino sono più vive che mai e che sono punto di riferimento per tanti che Peppino non lo hanno conosciuto, che quando è stato ucciso non erano ancora nati.

 

Vi dico tutto questo, non solo per la responsabilità del cognome che porto, o perché faccio parte anche io di quella generazione di transizione che ha visto e vissuto il repentino passaggio, dalla politica al berlusconismo, dal senso dagli ideali al qualunquismo, o al populismo.

 

Ma ve lo dico perché sono anche una madre ed è per questo che ci tengo particolarmente al mio futuro e a quello dei miei figli, che come me stanno crescendo in questa casa.

 

Perché come diceva ieri proprio Marco, un giovane studente intervenuto ieri, dimostrando quanto sia viva nei giovani la voglia di mettersi in gioco e farsi carico delle battaglie che molti di voi qui presenti, come Peppino, hanno portato avanti, che non si deve commettere l’errore di considerare i ragazzi solo come il futuro, ma che bisognerebbe guardare a loro, a noi, soprattutto come presente.

Luisa Impastato

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2019  Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato