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"La mafia uccide, il silenzio pure."

La rotta dei poeti

    • Un passo che non trema

      La Rotta dei Poeti racconta la storia di Movimento Tellurico, un’associazione in cammino per la...

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La ricerca di una nuova civilta'

 

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Per il ciclo di interviste dedicate al Circolo Musica e Cultura, abbiamo incontrato l’artista Pino Manzella, che, domani, inaugurerà a Palermo la sua mostra “SICILIE – L’identità molteplice”, in collaborazione con i fotografi dell’associazione Asadin.

“SICILIE – L’identità molteplice”, questo il titolo della mostra che si inaugurerà domani, alle ore 17, presso l’Ex Real Fonderia alla Cala, in Piazza Fonderia a Palermo. Protagoniste le opere di Pino Manzella e foto, ad esse ispirate, dei soci Asadin, un’ associazione di fotografi non professionisti nata nel 2007 con lo scopo di promuovere la fotografia, impegnandosi in progetti collettivi dalle finalità sociali e culturali.
Il tema, come scrive Umberto Santino nella presentazione, è “la Sicilia, o meglio le Sicilie, con tutte le sue contraddizioni, con i suoi miti e i suoi stereotipi ma pure le sue semplici, quotidiane, umili e preziose speranze-certezze”.
Durante l’inaugurazione verrà presentato anche il catalogo curato da Giuseppe Viviano ed edito da Casa Memoria Impastato Edizioni.
Approfittando dell’occasione abbiamo intervistato Pino Manzellla, altro artista che ha iniziato la sua attività e il suo impegno politico e civile nell’ambito dell’esperienza del Circolo Musica e Cultura.

Qual è il suo legame con il Circolo Musica e Cultura, quando e come è entrato a farne parte e cosa ha rappresentato per lei?

Sono stato al Circolo Musica e Cultura sin dall’inizio, quando cominciò l’attività fui incaricato di fare un disegno da attaccare alle pareti del circolo. Il disegno fu discusso e alla fine si decise di non affiggerlo perché, al centro del disegno, c’era una grande bandiera rossa con la quale si dava al Circolo un’identità troppo esplicita. E noi non volevamo spaventare i giovani che, eventualmente, si sarebbero avvicinati e, magari, vedendo la bandiera rossa, non sarebbero più venuti.
Al Circolo si faceva di tutto: teatro, musica, cineforum, convegni, mostre itineranti, murales, ci scambiavamo libri, attraverso una biblioteca “decentralizzata” in cui ognuno di noi metteva, in un elenco a disposizione di tutti, un certo numero di volumi della propria biblioteca. Fu un periodo effervescente e, soprattutto, di crescita culturale e politica per tutti quelli che lo frequentavano.
Il Circolo per la nostra formazione è stato molto più importante del periodo di Radio Aut e forse nel film “I Cento Passi” non gli è stato dato lo spazio che meritava. E questo, penso, abbia creato una vera e propria deformazione di prospettiva nell’immaginario collettivo.

Quali sono state le tappe fondamentali del suo percorso artistico da allora a oggi?

Ho iniziato nei primi anni ’70 disegnando vignette e copertine di giornaletti che si facevano con il ciclostile (il ciclostile, chi se lo ricorda?). Per fare i manifesti più grandi facevo il disegno su una matrice, uno stencil, e poi un compagno con l’attrezzatura da lattoniere stampava in serie. Quanto darei per avere una foto di quei momenti in cui sul marciapiede del Corso di Cinisi allineavamo per almeno cinquanta metri tutti i manifesti per farli asciugare!
Poi disegnavo i manifesti dei film che proiettavamo al Circolo, disegnai le pareti del Circolo in occasione del Carnevale, ma più che altro disegnare era il mio contributo alle nostre attività. Dopo che Peppino fu ucciso, preparai lo striscione con il suo volto e la scritta “La mafia uccide il silenzio pure” . Da allora ho sempre disegnato e dipinto.
La mia prima mostra personale fu presentata dal pittore Stefano Venuti nel 1986. Poi ne sono seguite, sia personali che collettive.
L’ultima, “Il filo rosso della memoria”, organizzata dalla Cgil di Ravenna alla biblioteca Classense, sarà una mostra itinerante che toccherà altre città nei prossimi mesi. Dopo Ravenna la mostra andrà a Bagnacavallo, Cervia e Forlimpopoli, a maggio tornerà a Cinisi per ripartire subito dopo per Forlì.

Qual è stato il suo legame con Peppino Impastato e come prosegue oggi?

Ho conosciuto Peppino nel ’68. Lui aveva vent’anni, io diciassette. Lui faceva già comizi ai contadini di Punta Raisi, io cominciavo a respirare l’aria della rivolta. E poi sono seguiti anni d’impegno politico e culturale, di viaggi, di disegni per le infinite attività che si facevano.
Proseguo ancora oggi cercando di mantenere viva la sua memoria anche attraverso le mostre. Il mio impegno civile continua attraverso l’arte. Non so fino a che punto è utile ma è quello che so fare.

L’arte e la memoria, l’arte e l’impegno: quali sono i punti focali di questi binomi?

Per quanto mi riguarda ho cercato, a cominciare dal murales che si trova a Casa Memoria, di coniugare l’arte e la memoria, di utilizzare l’arte per salvaguardare la memoria.
Le carte antiche sulle quali dipingo servono a evocare un passato pieno di ombre, le ombre della nostra storia. Il disegno diventa un modo per riflettere sui drammi della nostra isola, senza dimenticare le sue bellezze.
La mostra “Il filo rosso della memoria” è l’esito finale (ma sempre provvisorio) della mia ricerca. C’è l’uso delle carte antiche, c’è l’impegno civile, ci sono gli omaggi agli scrittori e poeti, c’è il ricordo di quelli che si sono impegnati, ciascuno nel suo campo, per rendere migliore questa nostra terra, c’è la denuncia di una certa cultura, degli stereotipi. Insomma c’è la ricerca di una nuova civiltà.

La mostra presso l’Ex Real Fonderia alla Cala sarà visitabile fino al 19 Marzo 2016, dal lunedì al sabato dalle ore 9 alle ore 13 e dalle ore 15 alle ore 19.

Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato

 

 

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2018  Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato