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"La mafia uccide, il silenzio pure."

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Lettera aperta al Direttore Generale della Rai

 

 

giovanni impastato

Dopo la messa in onda alla trasmissione Porta a Porta dell'intervista a Salvatore Riina, Giovanni Impastato scrive al direttore generale della Rai

 Spett.le Direttore Generale

Come lei certamente sa, mio fratello, Peppino Impastato, è stato barbaramente ucciso dalla mafia il 9 Maggio 1978. Dopo il film I Cento Passi di Marco Tullio Giordana, che ha fatto conoscere al mondo la storia di Peppino, due anni fa sono stato coinvolto da Matteo Levi della casa di produzione 11 Marzo Film nel progetto di una pellicola che avrebbe dovuto raccontare il coraggio di mia madre, Felicia Bartolotta Impastato, che, con fierezza e tenacia, si è battuta contro tutto e tutti per ottenere verità e giustizia. 

Una giustizia che è stata conquistata nel 2002 con la condanna di Gaetano Badalamenti, mandante dell’omicidio di mio fratello.
Il film dedicato a mia madre è stato realizzato ed è stato prodotto da una delle reti che stanno sotto la sua direzione, Rai 1, la stessa rete che nella trasmissione "Porta a Porta" ha messo in onda, il 6 Aprile, l’intervista di Salvatore Riina, figlio di uno dei più sanguinosi mafiosi della storia di questo paese, Totò Riina.
Questo figlio che, a differenza di Peppino, di mia madre e di tutta la nostra famiglia, non rinnega un padre mafioso, anzi lo difende e nega ogni condanna pronunciata contro di lui. Tutti conoscono, compreso lei, penso caro direttore, la storia del criminale al quale sono imputabili diverse stragi e le uccisioni di molti padri e figli innocenti. Ritengo inconcepibile che sia stata permesso di dare spazio a questa persona, che non può certo essere considerata un "esempio di virtù", senza pensare alle conseguenze di un messaggio negativo e diseducativo soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Una messa in onda che mi sembra lontana anni luce dal “dovere di cronaca” e che possa ricondursi piuttosto a una manovra pubblicitaria, un’operazione di basso livello editoriale per l’uscita di un libro che non merita di essere promosso e tanto meno dalla nostra tv pubblica. Non penso – come sostiene Bruno Vespa - che sia questo il modo di conoscere o studiare il fenomeno. Ma è piuttosto un modo per far crescere l'audience, senza nessun limite, al costo di calpestare la dignità di molte persone - come noi - che hanno pagato un prezzo altissimo con il sacrificio dei propri cari. Non si può giocare con il sangue delle nostre vittime cercando forzatamente lo scoop e destando la curiosità del pubblico con operazioni di cattivo gusto fino a mitizzare il mafioso. Le confesso di essere molto in difficoltà, dopo quello che è successo, nell'accogliere con entusiasmo il film su mia madre, pur rispettando il lavoro e il valore del regista Gianfranco Albano, degli sceneggiatori Monica Zappelli e Diego De Silvia e di una straordinaria interprete come Lunetta Savino. Non so dirle se questo film rispecchi le mie aspettative e quelle dei miei familiari, ma in questo momento non è questo che mi preoccupa.
Quello che mi preoccupa, dopo lo spazio che è stato concesso al figlio di Totò Riina, è che il film non abbia la risonanza che merita, soprattutto come strumento per informare e formare le coscienze. E le confesso anche che tanto è stato il mio sconcerto in queste ore che ho pensato a una diffida alla sua azienda di trasmettere il film, sarei pronto anche a subire tutte le conseguenze di quest'atto se fosse necessario. Ma non permettere al pubblico di conoscere la storia di mia madre sarebbe come darla vinta a un'informazione malata di protagonismo che, pur di affermarsi, è pronta anche a calpestare il dolore dei parenti di tante vittime innocenti.
Le storie di mia madre, di Peppino, di tutti noi e di tanti altri, compresi quei figli delle mafie, che hanno fatto la scelta coraggiosa di rinnegare i loro stessi padri (una fra tutte Rita Atria), meritano di essere raccontate. Siamo noi la linfa di questo paese e, finché vivremo, lotteremo per sconfiggere il potere mafioso, a dispetto di questi indegni spettacoli che i media ci offrono.

Giovanni Impastato

(La lettera aperta è stata pubblicata oggi sul quotidiano La Repubblica)

2018  Casa Memoria Peppino e Felicia Impastato